
Cine-riflessioni, curiosità e recensioni: la tappa obbligata per chi ama il buon cinema. Perché il cinema "è una cosa seria"... LEGENDA (TRIANGOLINI): 1 = pessimo; 1,5 = mediocre; 2 = guardabile; 2,5 = carino; 3 = bello; 3,5 = notevole; 4 = ottimo. VISIONE CONSIGLIATA (FACCINA): Verde = per tutti; Giallo = bambini in presenza di adulti; Rosso = solo per adulti.
New York, 1984. Buddy Fox (Charlie Sheen) è un giovane broker affetto da rampantismo: è il tipico yuppie al quale il proprio posto di lavoro – in questo caso alla piccola Jackson & Steinham, all’ombra dei grattacieli di Manhattan – sta stretto. Al che, riesce a mettersi in contatto col cinico, ‘mitico’ finanziere Gordon Gekko (Michael Douglas), per mettere alla prova le proprie capacità. Ma, spinto dal padre (Martin Sheen), si renderà conto troppo tardi della profonda disonestà del proprio operare…
Basato sullo scandalo commerciale del 1986 ed uscito pochi giorni prima del crollo della borsa del 1987, Wall Street equivale a dire “Oliver Stone è al suo meglio”. Dedicata alla memoria del padre – che era un vero broker – la pellicola ha il pregio di saper coinvolgere ogni spettatore, prescindendo dalle eventuali competenze in materia. La regia, la fotografia ed il montaggio sono estremamente dinamici, così come sono adeguate ed incalzanti le musiche di Stewart Copeland, jazzista e batterista dei Police. Le interpretazioni dell’intero cast sono eccellenti, con un Douglas da Oscar (vestito Cerruti ed efficacemente doppiato da Giancarlo Giannini) ed un C. Sheen ben calato nel suo ruolo (ed affiancato dalla biondissima Daryl Hannah, che all’epoca era ben in vista). Davvero memorabili i due monologhi di Gekko, rispettivamente su avidità e ricchezza: impressionano tutt’ora, con gli Eighties ed il fallimento della new economy alle spalle. E con la crisi globale che ancora miete le sue vittime.
CRITICA ▲▲▲










“Egli fu trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità”: queste parole del profeta Isaia vengono accostate nel film al suo malridotto protagonista, che ha deciso di dare la propria vita per gli altri. Di dare la propria carne. Venderla. Randy “The Ram” (“l’ariete”) Robinson, la carne, finisce persino per servirla al bancone di un minimarket. Lottatore di wrestling caduto in disgrazia, attraversa una ‘vita’ – diciamo ‘esistenza’ – di ordinario squallore: è terribilmente solo, è audioleso, pieno di cicatrici, porta abiti con rattoppi a vista. E per mantenersi continua a offrire per un pugno di dollari le proprie ridicole performance sui ring della più grigia provincia americana. Un po’ come Cassidy, spogliarellista/mamma over-40 di cui è cliente, che per i grezzi avventori del “Cheeques” è troppo vecchia. Lei crede ancora di poter dare una svolta alla propria vita, cosa che a Randy non riesce: sua figlia Stephanie non è più una bambina, ed il tentativo di averla più vicina, dopo anni di abbandono dovuti all’ubriacatura da successo, fallirà per una brutta ‘distrazione’ (cocaina + prostituta). Ormai “The Ram” è modernariato biologico, sgualcita icona su poster per chi fu ragazzino negli anni Ottanta, in cui furoreggiava. La vittoria del 1989 contro l’“Ayatollah” è storia, storia da smerciare in obsolete VHS abbinate a costose cartoline autografate (8 dollari l’una). Un inevitabile infarto legato ai troppi sforzi, all’età inadatta, ai cocktail di ormoni e alle pubbliche umiliazioni spianeranno la strada per l’ultima sfida dell’“ariete sacrificale”.
CRITICA ▲▲▲












Quentin Tarantino è un cineasta tipicamente postmodernista. Ciò cosa vuol dire? Innanzitutto, forse è meglio far prima un passo indietro.
Nell’era postmoderna l’immaginario collettivo è saturo di riferimenti ad opere del passato. E le opere postmoderniste (che a dire il vero, proprio per la loro natura, dovrebbero jamesonianamente chiamarsi “testi”) sono ottenute a partire da altre opere – o da frammenti di esse – ricombinate in maniera creativa, in modo da giungere ad ottenere qualcosa di nuovo (o che almeno sembri tale).
Torniamo a Tarantino: il suo cinema – che è postmodernista – si nutre di cinema del passato, e non solo. In tutti i film del Nostro abbondano riferimenti (sfacciatamente evidenti o no) a serie TV, a (s)cult movies, e così via.
Stavolta, però, è stato Tarantino ad aver fornito ‘materia prima’ ad altri: il suo flashback in stile anime di “Kill Bill Vol.1” (quello sulle origini della criminale orientale O-Ren Ishii, interpretata da Lucy Liu) è stato ripreso da una pubblicità di succhi di frutta, in onda da svariati mesi. Infatti nel suddetto spot abbiamo una ragazza vestita più o meno come la protagonista dell’opus tarantiniano (“La sposa” Uma Thurman) che elimina, a suon di calci e di cazzotti, i radicali liberi antropomorfizzati (conciati a metà strada tra gli “88 folli” della Yakuza del film e le famose “Iene”, sempre tarantiniane).
Ricapitolando, nella pubblicità in questione abbiamo la scena di “Kill Bill Vol.1” in cui la Thurman lotta con gli “88 folli”, però ricalcata con lo stile dell’anime sulle origini di O-Ren Ishii.
Oggigiorno la cultura è mercificata, e le merci sono ‘culturalizzate’: non ci vuole molto per trovare un’opera di Andy Warhol stampata su di una shopping bag. Stavolta ci è toccato (intra)vedere Tarantino attraverso uno spot TV sui succhi di frutta.
Lo spot: http://www.succhiyoga.it/Video/yoga_aq4.html
L'anime del film:
“La sposa” contro gli “88 folli”:
Pubblicato su LoudVision (http://www.loudvision.it/rubriche-kill-bill-volume-1-tarantino-alla-frutta--444.html).

18/08/1952 - 14/09/2009
Ha creduto e sperato a lungo di poter battere la terribile malattia che poi l'ha ucciso, un tumore al pancreas, probabilmente figlio degli anni impregnati di fumo e alcol ai quali 'si diede' dopo la morte del padre.
PATRICK SWAYZE non ce l'ha fatta.
Ha recitato fino all'ultimo, fin quando ha potuto. Il suo ultimo film è POWDER BLUE (2009), affiancato da Jessica Biel, Ray Liotta, Forest Whitaker e Lisa Kudrow.
E' stato il mitico surfer/guru/rapinatore Bodhi in POINT BREAK; drag queen in A WONG FOO, GRAZIE DI TUTTO, JULIE NEWMAR; fantasma innamorato e protettivo nel famosissimo GHOST; si è saputo difendere diventando IL DURO DEL ROAD HOUSE; ha dato lezioni di ballo in DIRTY DANCING...
Un'icona sexy del cinema a cavallo fra gli anni '80 e '90 se ne va.
Che riposi in pace. Amen.
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Film visti o rivisti nel suddetto mese:
MAMMA MIA! ▲▲½
Divertente ma sgangherato musical, che deve tutto alla simpatia del cast, alla fotogenia della Grecia e alle musiche degli ABBA. La regia e la sceneggiatura, man mano che si procede nella narrazione, mostrano un mare di pecche, con un finale che sembra uscito da Un medico in famiglia.

UNDEAD OR ALIVE ▲½
“Zombedy” – così dicono i titoli di testa – abbastanza squallida, girata con due dollari e montata in una maniera inutilmente ‘furba’ al fine di mascherare la disarmante povertà di mezzi. Si salvano due o tre idee, ma complessivamente il ritmo è basso e la regia è inerte. Brutte musiche.
CANE DI PAGLIA ▲▲▲½
Saggio di Peckinpah sulla violenza latente nell’essere umano, che in determinate situazioni può trasformare anche la persona più docile in un omicida perfetto. Molti nel criticarlo – sbagliando – l’hanno interpretato in chiave socio-politica, il che vedrebbe il protagonista come un borghese che punisce gli ‘ignoranti’ operai, ‘rei’ di appartenere ad una classe più bassa. Ma l’ignoranza che appare nella pellicola è quella di modi: gli zotici sono prepotenti, sboccati, maneschi. E non rispettano le donne (che il regista ritrae sempre ambiguamente). Dustin Hoffman (eccellente) è una persona che non ne può più di essere umiliata gratuitamente. Egli, inoltre, difende pure un povero minorato del posto… E’ uno di quei film che non vanno persi se si vuole considerare il tema della violenza sul grande schermo.

GETAWAY ▲▲▲½
Thriller d’inseguimento divertente e con una bella trama (tratta da un romanzo e sceneggiata da Walter Hill), con uno Steve McQueen ed una Ali McGraw perfetti nell’essere sia ottimi attori che sex-simbol. Uso geniale del montaggio e del ralenti. In alcuni frangenti emerge la misoginia di Peckinpah.

IL CORVO ▲▲▲
Pellicola underground più nell’aspetto che nella sostanza, unisce sentimenti alti e istinti bassi nella figura del protagonista, che è sia salvatore di anime perdute che giustiziere della notte. Trama semplice e lineare, riscattata da una messinscena di innegabile fascino, con una colonna sonora davvero bella. Brandon Lee è bravo, e questo suo (purtroppo) ultimo film lo consegna prematuramente al mito.

TRAINSPOTTING ▲▲½
Divertente ma sconclusionato collage di peripezie di un gruppo di drogati perditempo. Le figure di contorno sono ridicole macchiette. È evidente che al regista Boyle non importi dare un giudizio morale sulle turpi vicende narrate, ma solo sfruttarle come materiale al servizio del proprio talento.

MADAGASCAR 2 ▲▲▲
Più originale e più brillante del primo capitolo, non delude sotto nessun punto di vista, anche grazie ad una sceneggiatura che evita melensaggini superflue. Come sempre, strepitosi i personaggi di contorno. Finale aperto.
TRUE LIES ▲▲½
Insolita incursione di James Cameron nella commedia d’azione ipertrofica e quasi demenziale. Potrebbe sembrare un film di Michael Bay ‘aggiustato’. Moderatamente divertente, ammesso che non lo si prenda troppo sul serio. Se fosse stato meno prolisso, ci avrebbe guadagnato l’economia della narrazione.
